Il creatore di Claude Code vuole abbandonare il termine «vibe coding»

Boris Cherny, che guida lo sviluppo di Claude Code in Anthropic, ha dichiarato a Business Insider che il termine «vibe coding» comincia a stargli stretto. Non perché l'AI coding sia fuffa — al contrario. Secondo lui il termine è diventato troppo leggero per descrivere strumenti che ormai operano all'interno di workflow di sviluppo professionali.
Perché «vibe coding» non basta più
«Vibe coding» ha avuto senso fin dall'inizio: descrivi quello che vuoi, lasci che il modello generi il grosso, magari non controlli nemmeno troppo il codice prodotto. Era un termine ironico, quasi autoaccusatorio. Il problema è che oggi si usa per cose molto diverse tra loro.
Una cosa è fare un prototipo nel weekend. Un'altra è usare Claude Code, Codex o Cursor come pair programmer con review umana. Un'altra ancora è lasciare un agente lavorare su una repo, leggere file, modificare codice, eseguire test e correggersi da solo. Mettere tutto sotto «vibe coding» crea confusione reale.
La metà della sala che non ha letto il codice
All'evento Code with Claude di Londra, secondo MIT Technology Review, Jeremy Hadfield di Anthropic ha chiesto al pubblico chi avesse spedito una PR scritta interamente da Claude. Quasi metà sala ha alzato la mano. Poi ha chiesto chi l'avesse spedita senza leggere il codice. Molte mani sono rimaste su.
È il punto più interessante — e forse più inquietante. Non si tratta più solo di «l'AI scrive codice». Si tratta di quanto controllo umano rimane nel processo quando gli agenti diventano così comodi da farci abbassare la guardia.
Il cambio di mentalità secondo Cherny
Cherny ha sintetizzato bene la direzione: il default non è più «vado a promptare Claude», ma «faccio in modo che Claude si prompti da solo». Anthropic sta esplorando questa strada anche con idee come Dreaming, dove gli agenti lasciano note sul lavoro svolto e altri agenti possono riutilizzarle in seguito sulla stessa codebase. È una visione potente — e proprio per questo il linguaggio con cui la descriviamo conta.
Una proposta di vocabolario
«Agentic engineering» suona troppo da slide enterprise. «AI-assisted development» è più preciso ma anche piuttosto piatto. «Agentic coding» è forse il compromesso migliore, almeno per i tool che non si limitano a suggerire codice ma possono agire all'interno del progetto.
Una possibile distinzione:
- «vibe coding» — prototipi rapidi, esperimenti, app costruite seguendo l'istinto;
- «AI-assisted development» — sviluppo ordinario con assistente AI e review umana;
- «agentic coding» — il tool pianifica, modifica file, esegue comandi, testa e itera;
- «agentic engineering» — solo se vogliamo far arrabbiare metà subreddit.
Cherny ha ragione su un punto essenziale: «vibe coding» sta diventando troppo largo. Ma non ha senso eliminarlo: descrive bene un certo modo di lavorare, leggero e sperimentale. Semplicemente non dovrebbe diventare il nome di tutto lo sviluppo software assistito da AI.
Fonti
- Business Insider — Boris Cherny su vibe coding e Anthropic
- MIT Technology Review — Code with Claude a Londra
- Documentazione Claude Code
- Collins Word of the Year 2025
Voi che termine usereste per la versione «seria» del vibe coding? Agentic coding, sviluppo assistito da AI, o avete un'alternativa migliore — magari direttamente in italiano?
📌 Questo articolo riassume una discussione su r/vibecodingitalia. Leggi il post originale.


